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Intervista a Paolo Martino: Consigli a un giovane documentarista

CONSIGLI A UN GIOVANE DOCUMENTARISTA

Rubare una videocamera, farsi arrestare, non prendersi troppo sul serio e non aver paura di restare soli. In attesa dei risultati del workshop Le migrazioni: come e perché raccontarle, con le immagini abbiamo incontrato Paolo Martino, documentarista e docente “per caso”.

All’interno del programma di Sguardi Altrove, quest’anno particolarmente ricco ed eterogeneo, non mancano le occasioni per fare e sperimentare Cinema, non solo guardarlo. Tra questi, il workshop Le migrazioni: come e perché raccontarle, con le immagini, tenuto da Paolo Martino, giovane documentarista di Frosinone che ci ha parlato dei retroscena del progetto, regalandoci anche preziosi consigli.
Martino ci racconta del progetto per un workshop a Beirut, in Libano, e spiega che il suo lavoro è iniziato con la scrittura di un blog di viaggio in cui condensava le sue esperienze: viaggi in bicicletta tra Turchia, Medio Oriente e i Balcani. Da lì è arrivata la passione per la fotografia, poi, in seguito, il video.

Come state lavorando per il workshop?
C’è il tentativo di metterci in gioco, non limitare la nostra conoscenza alle risposte che normalmente ci vengono fornite, ma metterci in discussione e capire perché raccontare le migrazioni.
All’inizio del workshop ho fatto l’esempio delle migrazioni degli uccelli. La natura di per sé è migrante, come i semi delle piante che si attaccano alla pelliccia degli animali. Lo diceva anche Walter Bonatti, grande alpinista: il vero territorio inesplorato è l’animo umano.

Mettete a fuoco una realtà particolare per questo progetto?
Ho lasciato molta libertà ai partecipanti del workshop perché ci sono diversi modi di raccontare le migrazioni. Abbiamo deciso di parlare con i migranti, in un contesto molto eterogeneo: dalla comunità cinese, alla moschea di Via Padova, fino a un cantante siriano. Ma non raccontiamo il viaggio, non chiediamo se è stato difficile né cosa si prova ad andare via da casa. La domanda è: come ci relazioniamo in questo momento?

Com’è stato il tuo approccio all’insegnamento?
Mi piace, ma allo stesso tempo non concepisco l’apprendimento chiuso in un orario prestabilito. Spesso ci sono momenti in cui mi chiedo: cosa posso insegnare? Questo non è un lavoro, non sai quando arriverà l’idea giusta. Puoi fare 90 ore di girato e buttare tutto e poi registrare 3 minuti e ottenere un piano sequenza che farà il giro del mondo.

Tra i tuoi lavori presentati al festival c’è Il doppio gioco di Melilla. Com’è nato questo progetto?
Il doppio gioco di Melilla nasce all’interno di un lavoro collettivo, Borderline, costituito da sei brevi documentari, che racconta tutti i diversi punti di accesso dei migranti in Europa. Melilla è emblematica perché è l’ultima colonia europea sulla costa africana, vi si trova persino una statua di Francisco Franco. La particolarità di Melilla è il muro che impedisce ai migranti di passare, e quel muro siamo noi. Puoi anche essere un esterofilo ma tu da quel muro ti senti protetto.

Cosa ti ha spinto a fare documentari?
Non ho una formazione di tipo cinematografico. Guardavo i migranti e vedevo in loro una spinta interiore verso un obiettivo per cui sei disposto a tutto, anche a morire. Il documentario ha un forte contenuto artigianale, una dimensione in cui ho trovato me stesso.

Come avviene la scelta dei soggetti?
La mia scelta è molto istintiva: quando mi sento fisicamente coinvolto e quindi fisicamente spaesato, so che è la direzione giusta.
L’ho detto anche ai ragazzi del workshop: durante un’intervista fidati del momento in cui ti trovi profondamente in difficoltà, vivilo, non sovrapporti, non temere i silenzi, vivi quella paura, che per moltissimi è un’esperienza totalmente nuova, perché siamo abituati a riempire costantemente il tempo.

C’è mai stata una situazione troppo difficile da rappresentare?
Non mi sono mai posto il problema di proteggere gli altri da quello che mostro. Detesto che qualcuno possa valutare cosa è opportuno e cosa non lo è nei miei confronti. Credo che lo scandalo esista dove non c’è una coscienza critica.

Quando Salò di Pasolini venne censurato, Alberto Moravia disse: «nessuno ha il diritto di decidere per gli altri quali sono i film da vedere e quali no, il nostro pubblico è adulto non da ieri ma da sempre e, se non lo è, deve assolutamente diventarlo guardando appunto tutti i film».
Moravia diceva una cosa ancora più forte: «Cristo non si è mai scandalizzato».

Quale credi sia il passaggio più importante nel tuo lavoro?
La cosa principale è avere una squadra intorno, perché da solo non sei in grado di giudicare oggettivamente. Ci dev’essere una sorta di Deus ex Machina che dà una spinta in più. Può essere un produttore, persino un amico, ma non può mai essere il regista perché il suo sguardo è troppo coinvolto. Credo che la fase più importante sia il montaggio. Quando riprendi sei come un predatore, è istintivo, ma hai necessariamente bisogno di uno sguardo oggettivo, distaccato, per arrivare alla fine.

Un consiglio a una persona che vuole fare Cinema?
Questo è uno di quei momenti in cui ti accorgi di essere vecchio. Ho fatto la stessa domanda a Werner Herzog un anno fa e non avrei mai immaginato che qualcuno l’avrebbe fatta a me un anno dopo. Ti propongo la sua ricetta: imparare a scassinare una serratura, falsificare i permessi per girare, rubare la macchina con cui fare il primo documentario e leggere tutta la vita.

E i tuoi consigli?
Per me è importante fare leva sulle risorse umane più che materiali. È importante sapere il tuo obiettivo e non imporlo.

È questo quello che hai fatto con i tuoi primi lavori?
Terra di Transito è stato prodotto da Istituto Luce a Cinecittà. Quando mi sono presentato non avevo niente in mano, solo tre righe scritte su un foglio. È importante anche prendersi momenti di stacco, non aver paura della solitudine. È importante divertirsi, non prendersi troppo sul serio. Ma mi rendo conto che questa lista non può competere con quella di Herzog. Rubare la videocamera comunque è giusto, quando ho fatto Just about my fingers ho lasciato la camera in Grecia, a Rahell, quella camera non l’ho più riavuta e in precedenza l’avevo rubata io stesso a mia madre, anche se all’epoca non sapevo che Herzog dava questi consigli. Un altro consiglio è quello di non rispettare le regole, perché le regole ti portano ad avere una distanza dal mondo che è una gabbia di sicurezza. Io conosco la polizia di tutti i paesi in cui sono stato. Ma è un segno positivo, devi stare là a rompere i coglioni.

Il doppio gioco di Melilla di Paolo Martino, Focus Diritti umani oggi, sab 19 marzo, ore 19.00, La Dogana di Milano.
Paolo Martino sarà presente all’incontro Il cinema documentario e il racconto delle migrazioni oggi, mar 22 marzo, ore 18.30, Spazio Oberdan

Il corto realizzato all’interno del workshop Le migrazioni come e perché raccontarle, con le immagini sarà proiettato gio 24 marzo, ore 20.30, Spazio Oberdan

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