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Le registe donne rompono le barriere nella corsa ai premi documentaristici

E’ risaputo che Hollywood non sia un terreno fortunato per le registe; ma quando si tratta dei documentari, la situazione cambia.

Quando Laura Poitras vinse l’Academy Award per “Citizenfour” lo scorso anno, entrò a far parte del gruppo di registe documentariste anch’esse vincitrici del premio più ambito di sempre. Solo nell’ultimo decennio, ben 17 donne sono state nominate per questa categoria. Ora, comparate questo al fatto che nella competizione generale tra cineasti, negli ultimi dieci anni, Kathryn Bigelow è stata l’unica donna ad essere stata nominata (ed è destinata a fare le storia in quanto prima donna ad averlo vinto).

Non è comunque una coincidenza che la figura femminile nel mondo documentaristico non sia limitata al ruolo di regista. Che lavorino come produttrici, montatrici, distributrici televisive, fondatrici od organizzatrici di eventi, le donne costituiscono la maggioranza nel mondo del documentario.

Non è stata quindi una sorpresa quando il Center for the Study of Women in Television and Film dell’Università di San Diego ha rivelato, lo scorso Giugno, che le donne rappresentano ben il 29% dei registi che lavorano in campo documentaristico. E questo crea un profondo contrasto con il 7% delle registe che rientrano invece nel gruppo dei 250 film fiction che più hanno incassato nel 2014.

Una statistica ancora più incoraggiante: un terzo dei 124 documentari più qualificati è stato diretto o co-diretto da donne, inclusi “Heart of a Dog” di Laurie Anderson e “Song of Lahore” di Sharmeen Obaid-Chinoy e Andy Schocken, entrambi acclamati dalla critica cinematografica.

La regista Amy Berg ha lanciato tre premiere negli ultimi 12 mesi – “An Open Secret”, “Prophet’s Prey” e “Janis: Little Girl Blue” (gli ultimi due qualificati agli Oscar). La regista attribuisce la dominazione del settore femminile alla presenza di una forte comunità di registe “non fiction”: “Ci sosteniamo molto a vicenda”, dice la Berg, “E abbiamo anche un forte gruppo di filantropi e finanziatori privati che ci supportano e che, quando si tratta di finanziare, non usano il genere sessuale come criterio”.

Mentre gli Studios dimostrano un’inspiegabile paura ad assumere guide femminili, il mondo documentaristico non ha le stesse barriere: “Per iniziare a fare un documentario – e non sto parlando del finirlo – non serve un grosso capitale”, afferma Debra Granik, regista di “Winter’s Bone”, la quale si è avventurata nel mondo dei documentari con “Stray Dog” – “Non ti serve nessuno che dia il via libera alla tua idea. E questa è una differenza importante tra fictional films e i documentari.”

La Granik descrive la produzione del suo primo doc come una “fiesta libera dai pregiudizi di genere”: “La questione dei generi per me è sparita quando sono entrata nel mondo documentaristico. Ci sono standards completamente diversi. Non si pone la questione se una persona è bella o attraente a sufficienza, o se è abbastanza degna di avere una parte. E ciò è liberatorio senza tutti questi impedimenti! Oltretutto, quando hai a che fare con mondi nuovi che devi conoscere, è molto frequente, penso, che le donne risultino meno intimidatorie..in nessun campo vorresti essere riconosciuto come il maestro di terza elementare di qualcuno o come un assistente sociale, ma in realtà a volte è un complimento.”

Per la neofita regista Crystal Moselle, l’essere donna potrebbe averla aiutata quando ha dovuto “inseguire” il soggetto del suo doc “Wolfpack”, sulla Fifth Avenue: “Questi ragazzini dai capelli lunghi mi corsero accanto, tra la folla. Ne contai uno, due, tre..poi altri tre ancora” racconta Moselle, “il mio isitinto prese il sopravvento, e li rincorsi fino al semaforo. Chiesi loro da dove venissero e mi dissero “Dalency Street”. Poi mi dissero che non potevano parlare con gli sconosciuti, ma volevano sapere che lavoro facessi. Quando dissi loro che ero una filmmaker, divennero entusiasti e affermarano di essere molto interessati ad entrare nel businness del filmmaking. Così poi ci siamo rivisti e gli ho mostrato le mie telecamere.”

“Wolfpack” ha vinto il premio della Giuria nella sezione documentari al Sundance di quest’anno, dove sono state premiate altre tre donne: Louise Osmond con “Dark Horse”, Kim Longinotto con “Dreamcatcher” e Elizabeth Chai Vasarhelyi con “Meru”.

Sara Bordo, alla sua prima esperienza registica con “A Brave Heart: The Lizzie Velasquez Story”, ha anche lei raccimolato molti premi: “Non era la prima intenzione l’essere guidato da una donna, ma in un mondo dove spesso le donne competono anzichè collaborare, sono fiera del team che abbiamo creato”.

Fonte VARIETY:  http://variety.com/2015/film/awards/female-directors-documentary-awards-1201637091/

 

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