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Mustang, un ritratto sulla condizione femminile in Turchia

Mustang, ovvero il cavallo selvatico, a simbolo di fanciulle in fiore dallo spirito ribelle che è difficile intrappolare in tradizionali ruoli femminili. In un villaggio costiero sul Mar Nero nel Nord della Turchia, l’anno scolastico si è chiuso e cinque sorelle si uniscono a un gruppo di compagni per festeggiare sulla spiaggia con giochi innocenti quello che dovrebbe essere l’inizio delle vacanze, e invece si rivela un brusco passaggio verso l’età adulta. Informati da zelanti compaesani che le ragazze hanno dato «scandalo» scherzando in acqua a cavalcioni sulle spalle dei maschi, sia pur con i vestiti indosso, la nonna e lo zio tutore (le ragazze sono orfane) impongono loro una visita per verificarne la verginità e una serie di restrizioni: sequestro di computer e telefoni, tuniche informi nelle rare sortite fuori le mura casa e, al posto della scuola, un corso casalingo di economia domestica in vista di diventare buone mogli.les-actrices-du-film-mustang-posent-au-festival-de-cannes-le-19-mai-2015_5356673 La temporanea fuga di Lale (una fantastica ragazzina di nome Gunes Sensoy), la più piccola e indipendente del gruppo, per andare a vedere una partita di calcio inasprisce ulteriormente la prigionia, avviando rapidamente le più grandi a nozze combinate, in una spirale di crescente disperazione.

Molti hanno visto, e in qualche modo giustamente, echi delle Vergini suicide di Sofia Coppola nel film di Deniz Gamze Erguven, ma lo stile dell’esordiente regista turco, che vive a Parigi, riecheggia semmai il modello del cinema francese per il tocco lieve e la naturalezza con cui si intona ai palpiti adolescenziali della protagoniste, tutte (salvo una) prese dalla vita.

L’opera prima non manca di qualche incongruenza e squilibrio di tono, la voce narrante di Lale risulta pleonastica ma Erguven, che ha scritto il copione con Alice Winocour, dimostra una bella abilità a dare a ognuna delle ragazze un proprio carattere e nello stesso tempo suggerire l’idea di una complicità profonda, lasciando che il messaggio sulla colpevole repressività delle società patriarcali (e non soltanto quella islamica) emerga dagli eventi.

 

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