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Sguardi Altrove intervista Alfredo Covelli

Com’è nato il suo interesse per i film a regia femminile?

Il mio interesse è anzitutto per le storie che raccontano minoranze ed esperienze di vita emblematiche, che senza quei film rimarrebbero sconosciute. Il fatto che siano state registe femmine a propormi tali storie, forse è una casualità, o forse è per un diverso modo di sentire. In questa epoca, tutti vogliono fare i registi, come quando negli anni novanta tutti volevano fare i dj; siamo circondati da artisti cinematografici che vogliono principalmente un titolo, un’identità specifica, dettata da ragioni esteriori e quindi il loro cinema è spesso esteriore. Forse trovo nelle donne, in maggior misura, una voglia maggiore di racconto interiore, di valenza sociale, dove l’estetica è la giusta cornice, che seppur bellissima, rimane cornice, e non diventa il  film stesso.

Oltre ad essere regista e sceneggiatore ha anche fondato la sua casa di produzione, la “Meproducodasolo”, e ha anche prodotto film diretti da registe donne. Ha mai riscontrato difficoltà lavorative nelle vesti di “produttore pro femminile”?

Assolutamente no. Le difficoltà nascono piuttosto, senza distinzione di sesso, dalle difficoltà della produzione indipendente; nel non aver ricevuto attenzione dalle principali istituzioni che finanziano i film, perché ho proposto degli esordi (nel nostro paese non esiste un vero “scouting”) o per i temi scomodi trattati nei film.

Parliamo della potenzialità artistica delle donne. Prima della produzione di un’opera c’è lo step della formazione. Qual è la sua visione a riguardo?

Sono docente di sceneggiatura al Centro Sperimentale e posso confermare che le donne hanno accesso alla formazione e si dimostrano assai brillanti. Le registe che ho prodotto hanno avuto formazioni assai diverse: Elisa Amoruso (“Fuoristrada”) ha esordito alla regia dopo essere stata una sceneggiatrice, Valentina Pedicini (“Era ieri”) ha esordito nella finzione dopo essere stata una premiata documentarista, Chiara Agnello (“Prova Contraria”) ha esordito alla regia dopo aver lavorato come casting-director, persino Simone Manetti (“Ciao Amore, vado a combattere”) che è un uomo, ha esordito alla regia dopo aver lavorato come montatore. Non riscontro un grande problema riguardo alla formazione ordinaria, anche in chiave femminile; riscontro semmai una resistenza nel considerare formazione anche esperienze non prettamente registiche, che però, nel caso delle registe che ho prodotto, sono state elemento fondamentale dei film realizzati.

La questione delle registe donne sembra poco interessante per le istituzioni. I dati statistici dicono che lavorano prevalentemente gli uomini. Pensa che questo fatto vada ricondotto ad una matrice di valore culturale?

Sicuramente la matrice è culturale. Le donne sono meno e sono pagate di meno un po’ in tutti i lavori; il mondo del cinema è specchio di un mondo maschile assai più esteso. Mi accorgo però dell’aumento di donne in diversi ruoli del cinema, ruoli anche di fatica, prettamente maschili. Per incentivare la presenza di donne sono stati predisposti dei punti in più nella nuova legge cinema per l’ottenimento dei finanziamenti, come sono stati predisposti dei punti in più per gli Under 35; trovo tutto questo abbastanza avvilente e populista. Tutto è relegato alla burocrazia, in un paese incapace – se non costretto -di identificare il talento in un giovane artista o in una donna.

Secondo lei la regia femminile si nota perché ha uno sguardo diverso?

Non credo si possa parlare di sguardi diversi. Ogni artista, uomo o donna, ha un suo sguardo, ciascuno diverso dall’altro. Alcuni sguardi, sia di uomini che di donne, sono invece terribilmente omologati. L’artista femminile forse è più attenta ai personaggi femminili, riesce spesso a delinearli con maggior coscienza. Sebbene anche questa non è la regola: esistono registe che non sanno raccontare le donne, e neanche gli uomini.

Riguardo alla ‘regia al femminile’ nota diversità fra la situazione italiana e quella all’estero? Pensa che la questione sia legata strettamente a motivi registici o si può ricondurre a determinate scelte di produzione?

Lavoro all’estero come tecnico della sceneggiatura e spesso mi vengono affidate registe straniere da aiutare nello sviluppo delle loro opere prime; forse le registe di alcuni paesi esteri (dipende poi di quali paesi! Ci sono alcune parti di “estero” dove le donne hanno ben altri problemi) si gettano con più fiducia in industrie che sono più pronte ad ascoltarle ed accettarle. Ma ancora una volta, la nostra mancanza è nel non saper identificare il talento: questo ci differenzia dalle cinematografie estere più sane; la mancanza di capacità di identificare il talento nel suo valore più autentico, ovunque esso si annidi, senza distinzione di sesso, età, professione o religione. L’identificazione del talento oltre le identità specifiche, oltre i nostri muri mentali. Questo è il primo problema, che riguarda le donne e riguarda un po’ tutti.

(a cura di Maria Ester Equi)

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