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Sguardi Altrove intervista Chiara Agnello

Ciao Chiara, quali erano le tue aspirazioni prima del tuo esordio alla regia?

La mia aspirazione è sempre stata quella di fare la regista, fin da quando ero piccola. Vengo da una famiglia che con lo spettacolo non ha mai avuto niente a che vedere. Io invece non ho mai voluto occuparmi di nient’altro e ho lottato molto per riuscire a fare esattamente quello che volevo, prima in famiglia e poi nell’ambiente cinematografico dove ho cominciato la mia gavetta, dopo la laurea in lettere con una tesi in “Storia e critica del cinema”. Ho lavorato molti anni come assistente alla regia e adesso come casting director.

Il fatto che le donne registe siano ancora una minoranza sembra poco interessante per le istituzioni. I dati statistici dicono che lavorano prevalentemente gli uomini. Cosa pensi a riguardo?

Penso che sia un problema a tutti i livelli e in vari settori, ma che nel nostro, che dovrebbe essere il più illuminato, il più aperto all’accoglienza di un linguaggio femminile come “opportunità” e non come “problema”, sia invece uno dei più refrattari, per non dire più maschilisti. Sento sinceramente che nel mondo del documentario c’è molta più apertura, e allo stesso tempo lo trovo più affine, come linguaggio, al mondo femminile. Perché nelle storie vere e nell’approccio a queste e ai loro protagonisti, la sensibilità, l’empatia, la vicinanza che una donna sa mettere in atto, diventano un mezzo importante per avvicinarsi alle realtà più complesse. Forse anche per questo, io che mi sono formata in un mondo di fiction, serie tv e film per il cinema, alla fine ho scelto di debuttare con un documentario. Credo che ci sia un problema di fiducia nei confronti delle donne, sulla loro affidabilità in un campo dove tanti soldi sono necessari alla realizzazione di un’opera. Come se la nostra emotività e la gestione di questa potesse continuamente mettere a rischio la riuscita e il compimento di un’opera audiovisuale. Ma è un preconcetto, come tutti quelli che ci precedono quando siamo sedute dall’altro lato della scrivania, davanti al potenziale produttore.

Che consigli potresti dare a una regista esordiente di vent’anni, oggi?

Le direi di non mascolinizzarsi ma di mantenere il proprio femminino, che è una risorsa, e non un ostacolo. Le direi di non focalizzare lo sguardo sui percorsi altrui, ma solo sul proprio, perché ogni cammino è differente e si sviluppa in un modo e in tempi diversi da quelli di chiunque altro. Le direi di “resistere” e di concentrarsi solo su quello che vuole veramente fare. Ci vuole pazienza e una costanza militare.

“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente” eppure “le donne sono la colonna vertebrale della società” affermava la straordinaria Rita Levi Montalcini. Pensi ci sia un modo efficace per superare la disparità tra uomo e donna in ambito cinematografico?

Mi sembra che una percentuale “rosa” nella distribuzione dei fondi pubblici dovrebbe essere obbligatoria. Non mi piace vivere in un paese che ha bisogno di una legge per garantire alla proprie artiste di avere dei diritti come una minoranza, o un genere in difficoltà, ma non mi sembra ci sia altro modo per cominciare a garantire un maggior diritto di espressione alle registe italiane. Anche se non basterebbe, secondo me. Bisognerebbe partire dalla scuole, dall’educazione, dal linguaggio – come ad esempio in Svezia – dove hanno messo in campo una strategia per individuare film troppo al maschile che sminuiscono il ruolo della donna nella società. Si chiama Bechdel Test: “Il sistema richiede che nel film ci siano almeno due donne tra gli attori principali; che le due parlino tra loro; che gli argomenti di cui discutono siano diversi da considerazioni sul proprio compagno o che abbiano a che fare solo col sesso maschile.”
E parliamo della Svezia! perché il problema non è soltanto la possibilità per le donne di realizzare la propria opera filmica, ma lo è anche il modo in cui esse vengono raccontate e rappresentate che bisogna cominciare a cambiare in linea con la realtà contemporanea, non soltanto attraverso lo sguardo maschile.

(a cura di Francesca Fracasso)

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