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VOGLIAMO ANCHE LE ROSE

La ventitreesima edizione di Sguardi Altrove si è appena conclusa. A poche ore dalla premiazione facciamo il punto sul festival con la direttrice Patrizia Rappazzo, che ci spiega com’è cambiata la manifestazione e qual è stato il ruolo delle donne nel cinema degli ultimi anni.
Da festival di “genere”, fatto e visto dalle donne, in questi anni Sguardi Altrove è diventato un evento capace di conciliare temi, pensieri e ideologie differenti raccontati dalla voce e soprattutto dagli sguardi di registe donne – e uomini – da tutto il mondo.
Il festival arriva alla sua XXIII edizione mantenendo uno sguardo attento e originale sulla cinematografia al femminile.
Con un programma eterogeneo che abbraccia generi e formati differenti – documentari, cortometraggi, film di finzione – il festival raggiunge il difficile compito di offrire al pubblico gli strumenti per affrontare la realtà da prospettive difformi, spesso distanti dalla visione comune e dai cliché. Alle proiezioni infatti si aggiungono momenti di incontro, confronto e riflessione su temi d’attualità (con particolare attenzione, quest’anno, alla produzione turca e ai film dedicati alle migrazioni).
Ce ne parla il direttore Patrizia Rappazzo.

Sguardi Altrove arriva quest’anno alla sua XXIII edizione. Com’è cambiato l’approccio alla cinematografia femminile in questi anni?
Ventitre anni fa, quando è stato fondato il Festival, ci siamo posti un obiettivo: aiutare la cinematografia femminile a ottenere maggiore visibilità e promuovere giovani cineaste che difficilmente avrebbero trovato un mercato di distribuzione. Oggi la situazione è diversa rispetto al passato, nel 2010 Kathryn Bigelow ha vinto l’Oscar (con The Hurt Locker nda) ma il numero di professioniste donne in questo settore è ancora molto basso. A tal proposito, per il secondo anno consecutivo, abbiamo organizzato una tavola rotonda, Tra fiction e documentario: il cinema delle donne in Italia e in Europa, in collaborazione con EWA network (network europeo dei festival a regia femminile). Rispetto a ventitre anni fa, sicuramente, la situazione è migliorata ma resta molto sconfortante. Durante la tavola rotonda sono stati discussi i dati relativi alla presenza di registe turche nel loro paese di origine: sono solo 45 le donne che operano in un universo dominato completamente dagli uomini.

A seguito di questi incontri ha notato un maggior coinvolgimento da parte del pubblico?
Un appuntamento tradizionale del festival, da anni, è la sezione dedicata ai diritti umani con un focus sulle migrazioni, le guerre, recenti e dimenticate. Tra gli altri eventi, l’anteprima all’auditorium di Radio Popolare del film di Andrea Deaglio (Show All This To The World) sui migranti che, bloccati alla frontiera francese, hanno organizzato una protesta sugli scogli di Ventimiglia. Il pubblico, a seguito del film, ha partecipato attivamente a una riflessione sul tema, perché la gente ha bisogno di conoscere più da vicino la realtà che vive e il cinema è uno strumento che ci permette di farlo. Cerchiamo film che raccontano la realtà di oggi, avvicinandoli a linguaggi altri rispetto all’insegnamento tradizionale per portarli a sviluppare competenze diverse con cui affrontare la realtà.

Le due icone di Sguardi Altrove XXIII sono Margherita Buy e Chantal Akerman. Come le avete scelte?
Il motivo che ci ha portato a omaggiare Margherita Buy è l’aver visto nella poliedricità e la sfaccettatura delle sue interpretazioni un universo al femminile complesso e ricco di sfumature. Abbiamo dedicato un omaggio a Chantal Akerman, venuta a mancare lo scorso ottobre, per ricordare il suo cinema nomade che ha trovato spesso uno spazio all’interno del nostro festival nel corso degli anni.

Quest’anno è stato istituito un premio del pubblico per il concorso #FrameItalia, com’è nata l’idea?
Ho pensato di istituire il premio del pubblico perché abbiamo un pubblico fedele che ci accompagna da tanti anni e che, nel corso del tempo, si è ampliato e diversificato. Il nostro pubblico è competente, partecipa, sceglie e seleziona e per questo va premiato, diventando protagonista attivo del nostro festival.

Un film che consiglierebbe, nel programma di quest’anno?
I film presenti trattano temi differenti, uniti da un filo rosso che attraversa tutta la manifestazione, dove le donne, registe o interpreti, costruiscono la nostra storia, riprendendo la memoria del passato e attivandosi per progettare un futuro di pace, novità e riflessione aperta. In questa prospettiva mi piace ricordare per esempio i film dedicati alla maternità e alla scelta di non diventare madri (trattata in Sbagliate e Stato interessante). È bellissimo anche l’omaggio fatto al capodanno persiano con la proiezione di Fest of Duty, a cui è seguita la lettura di Farian Sabahi tratta dal suo libro Noi donne di Teheran, uno spaccato sulla contemporaneità di giovanissime donne a Teheran. È la riflessione di un’intellettuale che intreccia la storia di ieri e oggi a un futuro possibile. Un momento importante è stato anche il ricordo dei 40 anni del golpe in Argentina con un’anteprima internazionale con la presenza del console argentino e di Alejandro Librace, esperto di cinema argentino. Il film “partecipato” di Antonietta De Lillo (Oggi insieme domani anche) costituisce un corollario di racconti da sud a nord sull’amore oggi e su com’è vissuto. Sicuramente tutti i film dei concorsi sono interessanti, in molti casi film in anteprima o opere prime e seconde. Il focus sui migranti, infine, è veramente il fiore all’occhiello del festival di quest’anno: una sezione estremamente attenta alla contemporaneità e alle urgenze dell’oggi.

di Giulia Moresco

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